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Paintspotting, le ultime frontiere della pittura

“Oramai si tratta della terza ondata. Da quando la pittura – intorno alla metà degli anni Novanta, ribadendo quanto già dimostrato anni prima dalla Transavanguardia – è tornata a presidiare e dominare il mercato nazionale, da quando la figurazione – seppure con estrema difficoltà, dovuta a un atteggiamento dichiaratamente ostile da parte di molte istituzioni – è riuscita finalmente a proporsi e imporsi come opzione possibile (e non secondaria) per il rinnovamento del linguaggio contemporaneo, l’arte italiana ha già sfornato tre ondate successive di autori, tre gruppi di probabili maestri del genere.

Momenti più che generazioni – visto che né gli anni, né la cultura e nemmeno l’approccio al tema e alla creazione sono tanto diversi da poter parlare di periodi storici, visto che la situazione generale in cui le opere vengono presentate è pur sempre la medesima – ma di sicuro esistono distanze e dissonanze sostanziali tra una proposta e l’altra, tra il primo gruppo di nuovi pittori e quelli che, temporalmente, l’hanno seguito. Necessariamente, chi s’è fatto notare una decina d’anni fa, chi si è scontrato con la diffidenza di un sistema che, digerita la Transavanguardia, era presto tornato a subire la prepotenza di un’impostazione sempre e comunque concettuale e ‘poverista’, è stato costretto a sottolineare le sue scelte, è stato messo nelle condizioni di dover gridare a ogni piè sospinto la propria predilezione per la pittura.

Se non avesse apertamente calcato la mano sulla tecnica, se non si fosse dimostrato evidentemente conscio dei pregi e dei limiti dell’olio e della tela, forse non sarebbe stato nemmeno preso in considerazione dalla controparte, non avrebbe avuto neanche l’onore d’essere snobbato dai musei, dai curatori e dalle istituzioni pubbliche. Semplicemente, non sarebbe esistito, e solo l’urlare continuo il proprio essere pittore, il pestare e il tornare asfissianti sulla tecnica, sulla scelta e sulla materia ne sono riusciti a fare, grazie all’intervento massiccio del mercato, un caso nazionale. Un caso paradossale magari, ma pur sempre un caso.

Al di là della valenza della proposta, la generazione pittorica della metà degli anni Novanta è dovuta nascere come fenomeno tecnico, come provocazione appunto tecnica indirizzata contro la provocazione tout court del concettuale. All’inizio del terzo millennio le cose sono cambiate e i giovani pittori emergenti – impegnati in un ambiente già pronto e ricettivo nei confronti del quadro, già svezzato al riguardo da un lustro di interventi, polemiche e discussioni – hanno potuto smettere di dar peso ai media prescelti, hanno potuto agire con più leggerezza e maggior discrezione. Se chi li aveva preceduti aveva dovuto gridare di continuo che ‘stava dipingendo’ – e ogni mostra o appuntamento era tenuto a tornare sull’argomento, come se l’unico problema fosse sdoganare o meno la tecnica – questi potevano finalmente dipingere senza darlo a vedere. I loro vanti e i loro problemi non erano più olio-sì-olio-no, ma quali riferimenti scegliersi, quali universi guardare e poi fondere con quello della pittura. Il cambiamento è stato così non tanto nella scelta dei soggetti – molto differenziati già prima, poiché per lo più nemmeno considerati e indirizzati dalle letture critiche – quanto nel gioco dei rimandi, in un sottile e continuo rimescolarsi di citazioni, studi, interazioni tra tela e cinema, tela e fumetto, tela e letteratura, tela e musica. Oramai imposta sul mercato, nelle mostre e nelle fiere– ancorché sempre snobbata, a parte studiatissime eccezioni, in certi ambiti intellettualistici e in tutte le manifestazioni di punta dell’arte nazionale – qualche anno la pittura made in Italy ha potuto muoversi e dibattersi liberamente per creare parentele illustri, per cancellare quel gusto d’antiquato che ancora la pervadeva e darsi una patina di contemporaneità. Non c’era più bisogno di puntare sull’anacronismo del mezzo, a quel punto era necessario dargli una ripulita.

Ora però, a una decina d’anni di distanza dal prepotente riaffermarsi in Italia di un’intera generazione di pittori, il problema di fondo è diventato un altro, del tutto nuovo, e per risolverlo ha fatto capolino la terza ondata d’autori. Adesso per la pittura la questione – una volta conquistati attenzione e mercato, una volta rintracciate parentele e sollecitazioni con tutte le altre discipline – è ritrovare ogni soluzione al proprio interno, è riportare la discussione nell’alveo del dipingere.

Prima dipingere era la soluzione, adesso è solo il metodo, e dunque trovare uno sviluppo al metodo è la chiave giusta per andare ulteriormente avanti. Affermata e apprezzata, la giovane pittura italiana non deve più scontrarsi frontalmente con altri approcci, non deve più urlare la propria identità, non deve aver più bisogno di sollecitazioni esterne per ridiscutersi e rinnovarsi. Accettata e convinta dei propri mezzi, adesso la stirpe dei pittori italiani d’inizio millennio può chiudersi in sé: se il problema è interessare il pubblico, la soluzione deve essere trovata nella pittura e non con la pittura. Non si tratta più d’usare la pittura per catturare il cinema o per evocare il fumetto: ora la pittura, con la nuova e ultima fase della ricerca, rilegge se stessa, rimette in discussione la sua storia recente o passata, gioca con la propria carne e la propria pelle (e non più con carne e pelle d’altre discipline).

Ovviamente, tutto ciò avviene alla luce di un elemento tremendamente contemporaneo: l’ironia.

La pittura attuale di terza ondata è una pittura seria che sa scherzare, che guarda e interpreta le questioni con distacco, che sfrutta e cavalca il paradosso. Intimista, sa ridersi addosso e non prendersi sul serio. Quasi una contraddizione in termini, un’operazione del tutto concettuale. Mara Festari e il dilemma delle ombre, Francesca Forcella e le sue montagne (di Segantini), Gianluca Capozzi e il viaggio in (e fuori) Italia, Silvia De Bastiani e il racconto dell’uomo comune, Antonella Cinelli e la sensualità del corpo, Vered Gamliel e il ritratto psicologico, Odette Scapin e il racconto di mondi lontani: per ogni artista c’è un tema classico, addirittura polveroso, ma per ogni tema classico esiste una – se non molte di più – interpretazione divertita, leggera, fausta.

Da problema, da questione da risolvere, la pittura è ora diventata una via di fuga. Una via di fuga in se stessi, uno strumento estemporaneo d’immaginazione libera e incongrua.


Maurizio Sciaccaluga


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