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Galleria Allegretti Contemporanea

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Maschera e Volto. Quattro segni fra realtà e finzione

Nell'estrema frammentazione dei linguaggi che costituiscono lo scenario dell’Arte Contemporanea, che obbliga oggi la critica e domani gli storici ad un immane sforzo interpretativo per cercare di tracciare quantomeno una serie di linee generali, si può tentare di individuare nella dialettica tra il segno di superficie e quello di profondità una possibile lettura.

Considerando, infatti, le espressioni attuali alla stregua di un corpus multilinguistico, si è indotti a discernere tra quelle prevalentemente grammaticali, cioè che indagano il segno nel suo aspetto esteriore, e quelle di contenuto, che partendo anch’esse dal segno suggeriscono tuttavia la possibilità di significati ulteriori.



Si badi bene, non si tratta di riesumare l’antiquata diatriba tra forma e contenuto, ma piuttosto – con le parole di Kubler – di non trascurare l’essenza e l’esistenza delle cose.

In una parola: la questione è quella di riconoscere che cosa, nell’arte contemporanea, interpreti la maschera – la grammatica formale – e che cosa riveli il volto, cioè l’essenza del messaggio. Entrambi i “termini” non vanno trascurati, non solo in ragione della complessità dei linguaggi artistici contemporanei, ma anche in virtù del fatto che ora la maschera ora il volto sono latori delle istanze della società moderna, nelle arti visive come nel cinema, nell’architettura come nella fotografia.

Questa mostra si propone dunque come un percorso tra diversi modi di concepire il contemporaneo, attraverso ritratti, paesaggi e architetture d’interni, ma soprattutto attraverso due medium, quali la pittura e la fotografia, che a fasi alterne si sono contese e tutt’ora si contendono il posto d’onore sul palcoscenico del “sistema dell’arte”.

Così come i pittori Alberto Castelli e Alexander Guy affrontano il tema della bellezza, mettendone in evidenza aspetti divergenti, allo stesso modo Alessandro Grisoni e Claudio Gobbi, con i luoghi immortalati dalle loro fotografie, prendono in considerazione due linguaggi architettonici antitetici. Con i suoi ritratti femminili, nitidi ed eleganti allo stesso tempo, Alberto Castelli sembra rientrare a pieno diritto nell’ambito di un linguaggio che indaga la bellezza come virtù formale, come perfetta armonia, dunque come maschera.

Inizialmente ispirate all’immaginario fashion e glamour, a quei campionari di bellezza prêt-à-porter che sono le riviste di moda, le donne di Alberto Castelli, dipinte con cromie dai toni accesi e un segno pittorico limpido e affascinante, sprigionano una grazia altera e idealizzata. La loro seduttiva magnificenza è tuttavia il risultato di una ricontestualizzazione forzata, di una messa in opera nello spazio del quadro che, giocoforza, ne potenzia l’abbagliante bellezza. Si ha l’impressione, infatti, che qualsiasi sia il soggetto prescelto da Castelli, una fotomodella oppure una donna qualunque, nel momento stesso in cui viene trasposto sulla tela assuma un fascino di glaciale lontananza, quasi lasciandoci in uno stato di confuso struggimento. È come se in questi ritratti si vivificasse la lezione di Piero della Francesca, ma senza quell’aura di astratta spiritualità e di concettoso equilibrio geometrico.

In questi ultimi anni le malíe della moda e dello star system hanno conquistato l’immaginario di molti artisti, da Vanessa Beecroft a Francesco Vezzoli, da Terry Rodgers a Philippe Lorca di Corcia, eppure in Castelli questa fascinazione sembra restare confinata alla superficie, quasi si trattasse di mostrare la bellezza nella sua trasparente inadeguatezza, in quell’essere tanto aderente alla superficie delle cose, quanto refrattaria alla loro essenza.

Alla sensualità cerebrale di Alberto Castelli, lo scozzese Alexander Guy oppone il fascino dei suoi ritratti e il conturbante erotismo delle sue Lingerie. Le sue donne, dipinte con estremo realismo e non prive di quel senso della misura e dell’equilibrio che potremmo definire classici, hanno sguardi intensi e lineamenti tanto definiti da lasciarne trasparire l’anima. Sono volti non sempre perfetti, caratterizzati da segni e ombre che tracciano una storia, che lasciano trasparire la forte personalità e il carattere fiero della stirpe latina.

Rispetto alle inquietanti lolite presentate alla scorsa Biennale di Praga, capaci di suscitare il disagio e l’imbarazzo dell’osservatore, in questi nuovi ritratti di Guy s’intuisce il senso di una scoperta, di una rivelazione. Come accadde a Paul Klee, che scoprì la forza del colore sotto i cieli tunisini, così Alexander Guy sembra aver ricevuto la rivelazione della cultura mediterranea, tanto da trasfondere nelle sue dame quell’amore per l’eleganza e per la sensualità tipiche delle genti del mezzogiorno. Allo stesso modo, nelle grandi Lingerie, complice l’elaborata raffinatezza di pizzi dai colori accesi e dalle maliziose trasparenze, l’artista compendia il segreto della bellezza, un sentimento che sprigiona non solo dalla fragrante carnalità di corpi di aurea perfezione, ma anche dalla consapevolezza di un Eros antico.

Le veneri di Alexander Guy, come le nobildonne del Decameron, riassumono negli sguardi languidi e sfrontati, ammalianti ed enigmatici, il sapore di una tradizione che non trova eguali.

Una documentazione del tramonto di una tradizione estetica e culturale è, invece, il lavoro di Claudio Gobbi, fotografo d’interni capace di catturare l’anima, dunque il vero volto dei luoghi, traducendola in un linguaggio razionale, severo, che nulla concede alla nostalgia e al sentimentalismo. Con la serie “Persistence”, iniziata nel 2002, l’artista ha intrapreso un’indagine e una riflessione sulla memoria e l’identità europee, fotografando luoghi come oratori, circoli culturali, associazioni del dopolavoro, ma anche case del popolo, vecchi teatri e sale cinematografiche. Si tratta di luoghi d’aggregazione “datati”, che non hanno l’appeal dei ritrovi mondani della contemporaneità, niente più che il retaggio di un’Europa moribonda, in via di estinzione.

Scattate a Milano, Praga, Berlino, Copenaghen (quelle in mostra), ma anche a Barcellona, Parigi e Varsavia, le foto di Gobbi testimoniano la flebile sopravvivenza dell’estetica del Vecchio Continente, che durante il secolo scorso ha saputo esprimere un’identità forte, ma non omologata, composta di espressioni stilistiche ora affini ora divergenti. L’aspetto più interessante della ricerca di Claudio Gobbi consiste nella capacità di dare vita ad immagini meditate, in cui è dato cogliere gli effetti di un occhio sensibile alle geometrie e allo spazio, ma anche alle dominanti cromatiche che caratterizzano i diversi luoghi. Un occhio niente affatto narrativo, che tuttavia sa concentrare nel breve squarcio di una foto tutto lo zeitgeist del Novecento.

Diametralmente opposta è la ricerca di Alessandro Grisoni, dedita alla documentazione di architetture e paesaggi monumentali, dove l’enfasi di un linguaggio esuberante trasforma l’estetica del sublime in una sorta di parodia meschina. Fotografando Las Vegas, non-luogo per eccellenza collocato nel centro del deserto del Nevada, Grisoni ci accompagna attraverso le architetture posticce della città più falsa del mondo.

Vere e proprie “maschere architettoniche” sul volto.

A poco a poco noi stiamo riscontrando
che ciò che una cosa significa
non è più importante di ciò che essa è;
che l’espressione e la forma sono ugualmente
interessanti per lo storico, e che se si trascura
l’essere o il significato di una cosa,
la sua essenza o la sua esistenza,
si diventa incapaci di comprendere
sia l’uno sia l’altro termine. Gorge Kubler, La forma del tempo

 

 

Ivan Quaroni

Sono online le foto della mostra

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