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Galleria Allegretti Contemporanea

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Inseguimenti o poursuite

poursuiteAlfredo Aceto insegue la vita, la osserva, la studia, la cataloga, la archivia. È la vita delle piccole cose che scorrono e scappano via che lo interessa, la vita di ciò che apparentemente non ha alcun motivo per essere guardato e ricordato. Invece è proprio in quel fuori campo negletto che si annidano rivelazioni e segreti, una zona d’ombra senza messa in scena, dove l’esistenza non si deve mettere in costume o darsi diversa da quello che è. Non si aspetta di essere osservata e si mostra davvero, si dà semplicemente.


Certo, bisogna saperla guardare, e questo è un dono che si possiede o non si possiede. Alfredo Aceto ce l’ha. È attratto istintivamente da quelle tracce minime che la quotidianità lascia, scie senza importanza in cui le persone si incarnano nelle loro identità anonime, nomi e facce della folla. Bisogna avere pazienza, fare appostamenti, aspettare, registrare, prendere appunti. È un alfabeto di segni minimali e trascurabili, una sorta di sottotesto che contiene la chiave di lettura per ciò che sta più in alto, in quei reami illuminati dai riflettori.

Questo giovanissimo artista torinese si colloca in una tradizione che fa dell’inseguimento un metodo, da Sophie Calle a Vito Acconci, in un territorio a cavallo tra arte e vita.
Ci vuole lo sguardo di un artista e la sua rielaborazione dei dati per trasformare la vita in opera d’arte. Sono due dimensioni che all’orizzonte sovrappongono quasi perfettamente i loro profili.
Come un investigatore implacabile Aceto si apposta e guarda, in una sorta di spionaggio esistenziale. Appunti, fotografie, schizzi. I suoi rilevamenti sono di natura razionale, utilizzano un linguaggio telegrafico e oggettivo. Ma ciò che emana dalle sue formalizzazioni possiede, in realtà, uno spirito molto diverso. Aceto rimescola la fotografia, la pittura e il disegno con componenti letterarie e poetiche, animando inventari secchi da cui poi, però, germinano sensazioni e suggestioni. Assomigliano a fragranze indefinite, che si alzano in volo verso lo spettatore, come riflessi di ciò che l’artista prova di fronte alla realtà che cataloga. Sembra di entrare in una spirale di ricordi e aperture, storie che cominciano a partire da quei dati, come se fossero cartelle che contengono tutta documentata la vita di ognuno di quegli individui sconosciuti a cui si riferiscono. Una sorta di archivio borghesiano, che parte da scarne informazioni per risalire a ritratti personali pieni di dettagli, narrativi, in cui anche le sfumature, le manie, le particolarità sono registrate. Ci sono giorni in cui Alfredo si mette in strada, in un punto, e prende nota delle targhe delle auto che passano, via via che le vetture vanno e vengono. Dietro a ogni algido codice di riconoscimento c’è una persona, una storia, un vissuto fatto di parole, vicende, abitudini.
Alfredo visualizza i suoi appostamenti stradali su carte, con al centro strisciate nere di varia materia e segno, dalla china all’acrilico, alla vernice. A lato scrive le targhe, in una sorta di grafico verticale che sembra un albero genealogico, e in effetti lo è, perché è il diagramma della vita che nelle ore del suo appostamento è scorsa in quella via. Dei suoi appostamenti a Lille in Francia ricorda :“Rilevavo le targhe per impregnarmi di quelle vie. Non vi era un turista e cosi rilevando questi numeri mi sono accaparrato di quel quartiere.” Altri appostamenti li ha fatti rilevando cosa la gente di Lille buttava via il mercoledì sera. Una tardizione locale. Oggetti di tutti i tipi, alcuni ancora utili, ma che in certe case, per alcune famiglie non servivano più, erano diventate inutili. Anche in questo caso, a saper guardare oltre il secco dato, si riesce a leggere il ritratto al tempo stesso pubblico e intimo di una persona, di un nucleo. Sono i detriti, le sbavature senza importanza, e in prima battuta senza senso, che fanno filtrare la verità, quella che a volte sfugge all’evidenza più ufficiale e manifesta.

Un’altra indagine Aceto l’ha svolta nella casa di una signora, nell’ottobre del 2008. Madame Celine Gerard era morta il giorno prima, viveva a Menton, all’indirizzo 31 Rue de la Cote. Altro non si sa. Poi però leggiamo un resoconto dell’artista stesso, dove racconta i passi fatti in casa di Madame Celine, gli oggetti e gli arredi incontrati. Un lavandino, il tavolo della cucina, il letto, il crocefisso al muro. E lì, da queste altre minime tracce, la sua vita viene fuori, come un romanzo. In qualche modo Alfredo è uno scrittore, che usa la penna per rilevare i suoi dati, per raccogliere il suo materiale artistico. Poi lo compone e formalizza in vari modi, ma alla fine il risultato è una narrazione, sono racconti, poesie.

In un altro lavoro l’artista ha pedinato un suo vicino di casa a Mouvaux nell’estate del 2008. “Davanti alla mia finestra della camera da letto, nella casa di fronte, viveva un signore che la mattina spiavo dall’interno di un’ automobile parcheggiata” dice. Ne è nato un’installazione composta da sette trittici. Prima di tutto c’è lo scatto, una fotografia ogni mattina, immagini quasi identiche scandite in sette giorni. Una settimana di vita altrui e propria che si intersecano. Poi a fianco si apre un colore, una sfumatura in acrilico e pigmenti su carta. Sette campiture per imprimere quello che era e poteva essere lo stato d’animo di quei momenti, di quelle mattine, comprendendo contemporaneamente l’osservato e l’osservatore. Una coesistenza osmotica di ruoli. E infine il terzo dettaglio, il menù che ogni giorno l’artista consumava nella casa dove era ospite. Sette elenchi battuti a macchina. “Sabato 19 Luglio- Arrivo. Insalata verde, pollo arrosto, patatine fritte, acqua minerale. Tovaglia azzurra, piatti e bicchieri di ceramica neri, posate in argento. Tavolo preparato in giardino sotto un grande albero – CIELO SERENO” recita per il primo giorno. L’incipit. Il menù generale era stato consegnato dalla padrona di casa al suo giovane pensionante all’inizio della settimana di soggiorno, specificato giorno per giorno. Attraverso l’elencazione del cibo preparato e consumato quotidianamente, insieme alla descrizione del luogo dove è stato consumato, in giardino o in cucina, e a una nota sul tempo meteorologico, ci troviamo calati in un’intimità profonda. Siamo completamente dentro al vissuto e allo sguardo soggettivo dell’artista, che osserva e pedina lo sconosciuto che abita di fronte. Alla fine anche noi lo stiamo spiando, siamo nell’abitacolo dell’automobile.

In questo lavoro l’identità contaminata tra arte e vita è totale, uno scambio in cui anche lo spettatore entra, e partecipa. L’artista si mette sulle tracce del reale, e noi, invece, sulle sue, in una circolarità di inseguimenti, in cui il confine tra chi guarda e chi è osservato diventa permeabile. Si prende consapevolezza che la vita di ognuno di noi rappresenta un’opera d’arte unica e irripetibile e merita di essere notata e raccontata, oltre che vissuta. Comunque sia.
olga gambari
 
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